Il nome dei soldi

Parlando l'ultima volta di Europa e dell'euro, per associazione di idee, ecco qualche riflessione sui tanti nomi per indicare il denaro.

Cominciamo proprio da qui. Denaro deriva dal latino "denarius o denarium", termine con cui si designava la moneta romana d'argento del valore di dieci assi: l'asse era, a sua volta, un'antica moneta di rame di circa 12 once, di un peso cioè che variò dal III sec.a.C. all'89 a.C. indicativamente da g. 270 a gr. 13 (alla faccia della svalutazione!!).

La genesi del termine soldo ci fa scoprire un fenomeno linguistico importante, la sincope, cioè la caduta di un suono all'interno di una parola: "soldo" deriva, infatti, dal latino "solidus" (cade la vocale i, in posizione debole perché interconsonantica: è lo stesso processo che dal latino "calidus" porta al nostro "caldo" e che spiega l'aulico "merto" di contro al più comune "merito"). "Solidum" era la parte intera,la somma totale: reddere soldum significa restituire l'intera somma. Da questo termine deriva anche l'italiano "saldo", col doppio valore di aggettivo (una persona salda nei suoi convincimenti) e di sostantivo (il saldo del conto): linguisticamente si passa dai soldi ai saldi (passo anche economicamente breve!) grazie ad un mutamento vocalico che gli addetti ai lavori chiamano apofonia.

Moneta deriva invece dal verbo latino "monere" (ricordare, rammentare: sottinteso, l'importo che si paga) e determina la nascita anche dell'inglese, anzi dell'universale ormai, "money". Tra tutti questi termini derivati dal latino non è sopravvissuto, se non in modo rarefatto, quello che gli antichi Romani impiegavano abitualmente: "pecunia", derivato da "pecus", bestiame, risalente ai tempi remoti in cui la ricchezza era legata alla terra e, appunto, al bestiame.

"Pecunia non olet" , cioè il denaro non puzza, si racconta rispose l'imperatore Vespasiano al suo schizzinoso figliolo Tito. Nella Vulgata si legge: pecuniae oboediunt omnia, cioè: tutto obbedisce al denaro. Proprio vero? Che i soldi non comprino la felicità, è persino un luogo comune. Tra le molteplici dimostrazioni letterarie, basterebbe leggere qualcuno dei formidabili romanzi del grande Honoré de Balzac (forse il più significativo al riguardo resta Eugenie Grandet); oppure, per venire a tempi recentissimi, il curioso e celebratissimo "La versione di Barney" di Mordecai Richler.

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