I Nomi della Mitologia Greca e Romana

19º puntata: NOMI ROMANI TRA STORIA E LEGGENDA

L'ascesa di Roma fu davvero inarrestabile: i racconti dei trionfi e della potenza della città che sarebbe diventata l'Impero sono costellati di episodi simbolici, che vogliono esprimere non solo il coraggio e il valore militare degli eroi, ma anche la loro tempra, la loro inappuntabile moralità, i loro solidi ideali. La storia a volte si mescola con la leggenda: non si distingue più quello che accadde davvero da quello che fu inventato per esaltare le virtù romane, e ci restano alla mente tanti famosi personaggi che non sappiamo fino a che punto abbiano davvero detto e fatto ciò che si racconta... e quindi trovano un posto in questa rubrica, dove parliamo di tutto ciò che fa parte del nostro immaginario e colpisce la nostra fantasia.

Molti episodi famosi sono legati alla guerra tra Roma e gli Etruschi. Tutto cominciò perché Tarquinio il Superbo, l'allora re di Roma, aveva un figlio del quale decisamente non poteva andare orgoglioso, Sesto: questo poco raccomandabile individuo combinò un bel pasticcio violentando una nobildonna romana, Lucrezia; la donna teneva talmente tanto al suo onore che volle vendicarlo: convocò tutta la sua famiglia e, raccontando l’accaduto, raccolse anche altri seguaci per far scacciare da Roma il re con tutta la sua famiglia; una volta racimolato un bel gruppo pronto a una rivolta contro la casa reale, si uccise.

Tarquinio il Superbo, scacciato dalla città, non si rassegnò e tentò di tutto pur di tornarvi; cercò aiuto nei popoli etruschi, già ostili ai Romani, e brigò affinché questi si alleassero tra loro e prendessero Roma con la forza, così che lui potesse rientrare e riappropriarsi del potere. Gli Etruschi iniziarono la loro avanzata, e arrivarono lungo il fiume Tevere fin sulle porte della città; stavano per entrarvi, dovevano solo attraversare il fiume attraverso il ponte Sublicio, quando i destini furono cambiati da un comandante romano, Publio Orazio detto il Coclite ("cieco a un occhio"). Quest'ultimo, ponendosi sul limitare del ponte, con una carica strepitosa e urlando a più non posso, riuscì da solo ad affrontare tutti gli etruschi (atterriti dalla sua furia), mentre i soldati dietro di lui abbattevano il ponte. Quando il ponte fu distrutto, Orazio si gettò nel Tevere e, nonostante l'armatura, riuscì ad attraversarlo e a rientrare in città dove ricevette i dovuti onori (gli fu dedicata anche una statua).

Gli Etruschi però non si arresero al primo tentativo e posero Roma sotto assedio, mettendo la città in difficoltà a causa della penuria di viveri. Un giovane romano, Muzio Cordo, arrivò in senato e propose un piano: uccidere Porsenna, il re della città di Chiusi e capo della lega dei popoli etruschi; Muzio si offrì come volontario per portare a termine l'impresa, e armato di un pugnale penetrò nelle linee nemiche fino ad arrivare all’accampamento del re, che uccise con una pugnalata. Ma subito si accorse di aver commesso un tragico errore: non aveva ucciso Porsenna, ma il suo segretario; fu catturato immediatamente e portato al cospetto del sovrano: qui, senza esitare, Muzio disse di essere un cittadino romano in missione per liberare la sua patria, e poiché la sua mano aveva fallito lui l'avrebbe punita per il fatale errore; così dicendo mise la mano destra in un braciere ardente e la tolse solo quando fu completamente consumata. Da quel momento divenne Muzio Scevola ("il mancino"), ed è con questo nome che è passato alla storia. Porsenna, impressionato dal gesto e ammirato, decise di liberarlo. Muzio allora gli inventò una storia, per spaventarlo: gli disse che c'erano trecento giovani nobili romani che intenzionati a ucciderlo, e che se lui che era il primo aveva fallito presto sarebbero arrivati gli altri.

Porsenna, che già aveva visto Orazio Coclite e ora si trovava alle prese con Muzio Scevola, si impaurì, temendo questi Romani così pieni di valore e attaccamento alla patria; decise di proporre trattative di pace, ma come prima condizione chiese alcuni ostaggi. Tra gli ostaggi però c'era qualcuno destinato a dargli ancora filo da torcere: si tratta di una fanciulla, la giovane Clelia; questa riuscì a fuggire, ad attraversare il Tevere a nuoto e a riportare a Roma sane e salve tutte le fanciulle romane che erano con lei. Porsenna se la prese un po’ e minacciò di interrompere le trattative: i Romani allora rimandarono gli ostaggi e a quel punto Porsenna, ancora una volta stupito del loro coraggio e della loro correttezza, decise di liberare gli ostaggi una volta per tutte.

Un altro romano famoso, grazie alla semplicità e all'austerità dei suoi costumi, fu Lucio Quinzio Cincinnato (“riccioluto”); narra la leggenda che, nel momento in cui gli fu consegnata la nomina a console, Cincinnato stava arando il suo campicello; e non perse mai la passione per l'agricoltura: infatti quando fu eletto dittatore per combattere contro gli Equi rimase in carica giusto il tempo di sbaragliare i nemici e riportare una bella vittoria; subito dopo rinunciò a ogni onore e incarico politico, e tornò ad arare il suo campicello. Non disdegnò invece gli onori Marco Furio Camillo, valente generale: con le guerre che condusse portò Roma a raddoppiare il suo dominio territoriale. Era in un momento di riposo lontano dalla città quando venne a sapere che i Galli avevano preso Roma; pronunciando la famosa frase Non con l'oro ma con il ferro si salva la patria fece immediatamente ritorno e cacciò via gli invasori.

Cneo Marcio Coriolano, così chiamato perché conquistò la città di Corioli, apparteneva alla classe dei patrizi; i plebei non lo amavano fatto, e accusandolo di volerli ridurre alla più totale povertà riuscirono a farlo esiliare dalla città; questo si recò presso i Volsci, e li convinse a dargli in mano il loro esercito per guidarlo contro Roma; la leggenda vuole che dopo i primi successi acconsentì alle preghiere della madre Veturia e della moglie Volumnia, e si ritirò, andando incontro alla morte (i Volsci lo uccisero per averli illusi e delusi) per non mandare la sua città in rovina; però questo personaggio è uno dei più controversi: si dice che sia stato inventato solo per esaltare la classe patrizia e la sua nobiltà d’animo (oltre che per dare una spiegazione alla guerra contro i Volsci).

Chiudiamo questa carrellata con Cornelia Gracco, una donna molto affascinante, bella e colta; aveva sposato Tiberio Sempronio Gracco, un console romano, e da lui aveva avuto dodici figli dei quali però erano sopravvissuti solo Tiberio, Caio e Sempronia. Rimasta vedova in età molto giovane, rifiutò persino la proposta di matrimonio di Tolomeo re d'Egitto, perché quello che aveva a cuore era solo il futuro dei figli; l'episodio emblematico fu quello della matrona romana che le stava mostrando i suoi gioielli: per tutta risposta Cornelia indicò i suoi figli ed esclamò Eccoli, questi sono i miei gioielli! E la storia le diede ragione, perché i due figli maschi, tribuni della plebe, furono altri due personaggi di enorme rilievo, che proposero riforme liberali davvero molto avanzate per i loro tempi: poi furono ambedue uccisi, ma nessuno poté mai negare loro la gloria e la fama eterna.



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