Chiamiamolo strano

Nell'ultimo libro di Sophie Kinsella ("I love shopping per il baby", Mondadori) la scatenata Becky Bloomwood, protagonista della serie, è incinta. Il dibattito sul nome è una delle cose più divertenti di tutto il racconto, a parte la culla dotata di sistema per il controllo della temperatura, più proiettore con ninnananna incorporato. Le scelte oscillano tra Armageddon per il maschio e Pomegranate per la femmina, ma chissà perché, le bambine eccitano maggiormente la creatività. Così Becky discute di Grisabella, Rapsodia, Paprika, Drangontea, Prezzemolina, Salvia e Cipolla.

Il nome è importante, meglio se non è banale, hanno scritto Fruttero&Lucentini, ma il buon senso vorrebbe che, se uno di cognome fa Cicuzzetti, di nome non possa chiamarsi Gondrano. Invece Chanel, figlia di Ilary Blasi e Francesco Totti, appena nata, riscrive tutte le regole. Non si tratta di ripescare un nome di famiglia (Aspreno, Domitilla, Saturnino, Ermintrude), di inseguire suggestioni mitologiche (Eco e Leucotea, figlie dell'attrice Galatea Ranzi portano degnamente bellissimi nomi di ninfe), fare incursioni nel mondo vegetale (Orchidea De Santis, Mimosa Martini) o animale (Lupo e Delfina Rattazzi, Orsetta Gregoretti), ma di esprimere senza volerlo, e forse senza saperlo, l'essenza del capitalismo globale: il marchio diventato simbolo, emozione.

Dopo le Samanthe e le Jessiche provocate dalle serie tv degli anni Ottanta, dopo le Grace Kelly Rossi e le Lady Diana Bianchi, siamo all'estremo tentativo di individualizzazione. I divi se la cavano con la ricerca affannosa di nomi indimenticabili che forse potranno, a loro volta, diventare a marchi. E' il caso di Shiloh Nouvel, frutto della Coppia Assoluta Pitt-Jolie, bimba-logo che diventerà probabilmente una linea di abitucci da bebè. Ma le ragazze del leggendario Bob Geldof, Peaches Honeyblossom, Fifi Trixibelle ed Heavenly Hiraani Tiger Lilli (aiuto!!), rifiuteranno di firmare per esteso, mentre la figlia di Frank Zappa si chiederà per tutta la vita se suo padre era sobrio quando l'ha chiamata Moon Unit. Per tralasciare Zowie Bowie, figlio di David, lo sciagurato in rima baciata. O la prole di Bruce Willis e Demi Moore: Tallulah Belle, Rumer Glen e Scout LaRue. E chiediamocelo: sarà contenta Dalma Maradona? Eppure, nell'atto di potenza rappresentato dall'imporre il nome sono stati compiuti scempi ben più gravi.

Creature innocenti hanno dovuto trascinarsi dietro appellativi inconsueti come Aspirina e Idea Socialista, Rodeo e Fratellanza. E, concordando sul fatto che la scelta esprime un po' lo spirito del tempo, quest'inizio secolo ha decisamente un'impronta fashion. La moda è, come sostiene Ugo Volli, "la capricciosa divinità del presente". Nessuna meraviglia che uno dei figli di Bono, il cantante degli U2, si chiami Elijah Bob Patricius Gucci Q (ma il logo è confuso in mezzo agli altri nomi) o che la bimba di Gwyneth Paltrow porti il marchio Apple. Che David e Victoria Beckham, aristocrazia calcistica per eccellenza, abbiano voluto per il primogenito il nome di Brooklyn (la gomma del ponte!). Sorprende invece che, negli Usa, già parecchi bambini siano stati battezzati con le firme Dior, Armani (e persino Emporio), e nessuno ci abbia fatto su un tantino di sociologia. Che dopo il film cult con Meryl Streep, Washington abbia accolto senza clamore una piccola Prada.

Sorprende che gli americani ci abbiano pensato prima di chiunque altro in Italia, prima ancora di Ilary. Quando la neomamma parlerà della "sua Chanel", nessuno dovrà pensare a una borsetta o a un profumo. La via è aperta. Nuove, strabilianti possibilità si offrono: perché non Ferrè, Vuitton, Hermès o Fendi? E va bene Dolce, per una bambina, ma Gabbana? Prima di compiere atti irreparabili, visitate il sito di Nomix o www.babytalia.com. E scegliete bene, per carità.

18 maggio 2007

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