"Ti chiami Islam non vai in televisione"

Il piccolo Islam ha perso ancor prima di cominciare. E' un bimbo di nove anni appena che è stato eliminato dal suo gioco a premi televisivo preferito, una trasmissione del canale satellitare per ragazzi, senza neanche poter entrare in gara. Colpa di quel suo nome, Islam. "Dovremmo trovare qualcosa di più neutro, che ne dici di Mohammed?" gli ha suggerito una delle selezionatrici. "Chiamarsi Islam, è come una ragazza che viene in tv con il velo". Un'altra persona della produzione televisiva gli avrebbe fatto notare che l'Islam in Francia non è una religione amata.

Uno choc per il bambino, che se n'è tornato a casa piangendo. "Sono rimasto di stucco, non sapevo neanche come consolarlo" ricorda il padre Billel. La mamma Farah, ha pianto anche lei. "Ci scambiano per terroristi soltanto perché abbiamo un nome arabo". Dopo le lacrime, la rabbia. I genitori di Islam, che vivono nella banlieue parigina di Colombes, hanno deciso di raccontare tutto e sporgere denuncia per discriminazione.

Il gioco a premi "In ze boite" è uno dei più popolari. "Se Islam non ha partecipato non è a causa del suo nome. Non c'erano abbastanza posti disponibili", è stata la replica di Angels Productions, che ha in appalto il programma. Ma Arnaud Lagardère, magnate dei media francesi ed editore di Gulli, il canale tv sotto accusa, ha personalmente telefonato alla famiglia Alaouchiche e ha promesso un'indagine interna.

Proprio in questi giorni, l'authority per il settore audiovisivo ha sottolineato il ritardo nella promozione della "diversità" all'interno dei programmi tv. Il peso di nomi con assonanze arabe o straniere è un problema anche in altri settori. Chiamarsi per esempio Mohammed diminuisce le probabilità di essere chiamati per un colloquio di lavoro. E per prevenire episodi di discriminazione, molte imprese incoraggiano i disoccupati a inviare curriculum anonimi.

"Sono triste, non ho capito cosa ho sbagliato" dice adesso Islam. Il bambino, raccontano i genitori, ha perso fiducia in se stesso, prova vergogna. Ha deciso che non vuole più iscriversi al corso di basket e, ovviamente, non accende più la tv all'ora di cena. "A scuola mi hanno preso per un mitomane, avevo giurato ai miei amici che sarei apparso alla televisione". Almeno adesso le televisioni lo vengono a trovare. Per fargli raccontare la sua brutta storia, non più per farlo giocare.

17 aprile 2008 - Articolo tratto da Repubblica.it
17 aprile 2008

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