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11º puntata: ME MUR
ME MUR ‘Memore’ è parola italiana che perdura, cioè fa continuare viva, la parola latina memore (abl.), che all’indicativo è memor, col significato di ‘chi si ricorda’. Basta scindere in sillabe, ricordare che la vocale ‘o’ viene sempre mascherata dalla vocale ‘u’ –il sumero manca della vocale scritta ‘o’- ed abbiamo: ME MUR, ‘vita-morte del ME’, simile ad A MUR, ‘seme della vita-morte’ del lemma 10 che abbiamo appena trattato. Dunque: memoria, latino, è ME MUR IA, ‘luogo (IA) di vita-morte del ME’, il nome che dà nome a tutti i nomi. Che tutti siano immemori, da tempo immemorabile, del filo memoria < ME MUR IA non vi sorprenda. Solo dopo 7 anni di studio io comincio a non sorprendermi più . E’ una conferma che la MUR IA collettiva è anche ‘morte del ME’, come testimonia il greco moria, pazzia. Erasmo da Rotterdam, nel suo Elogio della pazzìa, ci ha ricordato questo significato della parola greca. Il pazzo, in fondo, è una persona biologicamente viva ma non cosciente, e quindi morta alle relazioni con gli altri. Memorem (accusativo) mostra ME MUR EM, dove il terzo elemento è inverso del primo: EM è la lettura della scrittura isolata ME. EME GIR, lingua sumera, mostra il giro del ME in EME. Empireo < empyreo mostra il ME di fuoco, quella parola divina che sta dietro al cielo stellato, una coperta nera traforata dalle stelle, che sono meacula, fori da aghetti –acula- del ME. Memoria è ‘luogo di vita-morte del ME’ anche per chi vi scrive e che prova ogni giorno l’acme –A GH ME- il ‘seme della luce del ME- ed il nulla < nihil < NI HI IL, ‘negazione della gioia di IL’, il dio dell’Aria.
Ciò accade perché il pensiero antico ci è pervenuto come mosaico privo di moltissime tessere ed il pensiero moderno è ideologizzato, cioè vede solo quel che vuol vedere.
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