Piazza 8 Novembre

Passata la Festa della Liberazione, ci avviamo ora verso la Festa del Lavoro. Due date di estrema importanza nel giro di pochi giorni. Ed è proprio sulla toponomastica di Milano legata alle date che voglio fare questa puntata della mia rubrica.

Ma non parlerò di Piazza 25 Aprile o di Piazza Primo Maggio (che non c’è), ma di altre due che da sempre hanno colpito la mia curiosità: Piazza Sei Febbraio e Piazza Otto Novembre (in rigoroso ordine cronologico!)

Il toponimo “Piazza Sei Febbraio” risale agli anni dieci del secolo scorso e ricorda un fallita insurrezione avvenuta nel 1853. Era l’ultima domenica di Carnevale e un manipolo di circa un  centinaio di  mazziniani tentò di impadronirsi del Castello Sforzesco. Lungo la strada riuscirono ad uccidere una cinquantina tra ufficiali e soldati austriaci. Ma le armi erano poche, pochi erano gli uomini e non si sapeva bene chi dovesse comandare le operazioni; dal canto loro, invece gli imperiali, soprattutto quelli d’istanza nel Lombardo-Veneto comandati da Radetsky, erano  meglio organizzati e più disciplinati: l’insurrezione si risolse piuttosto in qualche scaramuccia isolata e in qualche barricata improvvisata, approfittando magari di qualche vietta un po’angusta. Facile capire come andò a finire: l’insurrezione era iniziata verso le sei di sera, alle otto la “disciplina era già ripristinata” (ma alcuni dicono addirittura già alle sette). E durissima fu la repressione: 16 impiccati di fronte al Castello,  37 condannati ai lavori forzati, 42 i contumaci, tra cui Giuseppe Piolti Bianchi, organizzatore  della rivolta per conto di Giuseppe Mazzini, esule a Londra. Le condanne furono comminate con molta leggerezza: si ricordano un uomo condannato perché gli vennero trovati nella bottega  dei fucili, che molto probabilmente appartenevano ad alcuni  soldati austriaci che l’uomo aveva soccorso, e, soprattutto Alessandro Scannini, docente di ginnasio, persona tranquilla e disinteressata alla politica, perché in fuga con altri rivoltosi armati di sciabola e di altri in strumenti da taglio, egli stesso aveva una lunga stanga di ferro. Ma era solo il suo abituale bastone da passeggio!

In realtà, fu un disastro annunciato, sia per la mancanza di mezzi, sia per la mancanza di uomini: se ne aspettavano migliaia, ma risposero poche centinaia. Del resto, molti influenti patrioti, tra cui Enrico Besana e il conte Enrico Visconti Venosta non volevano che si facesse questa rivolta.Anche Maiocchi era in disaccordo, tuttavia obbedì lo stesso a Mazzini e portò ai soldati ungheresi il messaggio del loro grande patriota Kossuth, nella speranza che si sollevassero.

Furono in  molti ad elogiare l’Austria per aver ristabilito l’ordine: tra questi, l’arcivescovo di Milano, Monsignor Romilli, nella pastorale tenuta il 13 febbraio. Ma ancora di più furono le critiche, e, anzi, addirittura, le satire aumentarono. In particolare, il giornale “Il Crepuscolo” tenne un atteggiamento di critico silenzio, e le autorità imperiali ammonirono il suo redattore responsabile, Paolo Valentini, per un contegno non conforme all’ordine legale dell’Impero d’Austria. Davanti al luogo della fallita insurrezione e, dell’”ordine ripristinato”, sarebbe dovuta sorgere una chiesa votiva, ma non venne mai eretta.

Piazza Otto Novembre è dedicata al Convegno di Peschiera, che si tenne l’8 novembre 1917. Si era appena dopo la disfatta di Caporetto, e gli alleati volevano retrocedere il fronte di guerra dal Piave al Mincio (anche perché, inoltre, la Russia era uscita dalla guerra), ma Vittorio Emanuele III si rifiutò, esponendo le cause della sconfitta e riconducendole alle giuste posizioni, esaltando il valore lo spirito di sacrificio ed affermando che, almeno per il momento, la difesa del Piave sarebbe stata solo italiana.

Vittorio Emanuele parlò con calma e con fermezza e persuase gli alleati: l’esercito rimase sul Piave. La vittoria finale gli avrebbe dato ragione.

En passant, nomino anche Piazza XXIV maggio, dove sorge la Porta Ticinese ottocentesca, già citata nella puntata del 29 marzo, e, per chi non conosce,  Corso XXII marzo, “ultima delle Cinque Giornate”, che ricorda la gloriosa ma effimera cacciata degli Austriaci del 1848.

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